Il coaching nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Il coaching nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Il coaching nell’era dell’Intelligenza Artificiale: alleanza possibile, ma servono competenze

L’Artificial Intelligence (AI) sta sempre più entrando nel mondo del coaching professionale, aprendo nuove opportunità di sviluppo e, al tempo stesso, interrogativi cruciali sul ruolo del coach, sulla sua responsabilità etica e sulla relazione con il cliente.

Per tre coach su quattro, l’AI affiancherà le loro attività con un ruolo che spazia da supporto complementare (per circa la metà) a funzione sempre più centrale (per circa un quarto). L’AI si configura quindi come strumento in grado di supportare significativamente il processo di coaching.

È questo il quadro che emerge dalla Ricerca AI & Coaching 2025, promossa da ICF Italia e condotta dal Comitato Scientifico AI&Coaching su un campione di circa 200 professionisti. La ricerca si inserisce nel secondo anno di attività del Comitato, dando continuità allo studio condotto nel 2024 sugli strumenti di Intelligenza Artificiale utilizzati nel coaching. Questa ricerca potrebbe essere intesa come il laboratorio R&D – Research and Development di ICF Italia, in affiancamento ai lavori del Comitato Esecutivo.


Un’adozione già in atto, ma non ancora matura

Tre coach su quattro dichiarano di aver già sperimentato l’utilizzo di strumenti AI. Solo una minoranza afferma di non utilizzarli affatto, e tra questi la maggior parte intende comunque farlo in futuro.

Quando l’AI viene utilizzata, lo è soprattutto a supporto del lavoro di back-office del coach: per co-creare contenuti, generare domande o stimoli per il cliente, supportare la riflessione personale nella fase di follow-up o migliorare la comunicazione e la visibilità professionale.

Circa un terzo dei coach utilizza l’AI anche durante la sessione e oltre la metà ne percepisce un vantaggio. Si tratta di dati che richiedono un’ulteriore esplorazione per comprendere come tale impiego si possa conciliare con la “presenza” del coach e la qualità della relazione umana, competenze chiave previste da ICF.

L’AI nel coaching è percepita come leva di efficienza e stimolo creativo, capace di offrire nuovi insight, ma genera anche preoccupazioni rilevanti: bias, questioni etiche, eccessiva delega cognitiva allo strumento e perdita di autenticità.

Ne emerge con chiarezza che il valore dell’AI è strettamente connesso alla qualità della sua gestione, oltre che alle modalità di utilizzo.

Segmentando i coach in base all’intensità e alla qualità dell’adozione dell’AI, la ricerca segnala che la principale area di attenzione emerge in corrispondenza di pratiche non sufficientemente governate (uso incauto dell’AI), quando la frequenza di adozione cresce più rapidamente delle competenze che la rendono gestibile.

Questo dato rende ancora più rilevanti le linee etiche ICF a livello internazionale, che ribadiscono come l’integrazione dell’AI nel coaching debba fondarsi su trasparenza, consenso informato, protezione dei dati e controllo umano continuo, a tutela della responsabilità professionale e della qualità della relazione.


Il paradosso del mindset: apertura sì, competenze no

Un risultato interessante della ricerca riguarda il growth mindset, ovvero l’atteggiamento di apertura nei confronti dell’apprendimento e del cambiamento. Si tratta di un mindset ampiamente diffuso tra i coach, indipendentemente dal livello di utilizzo dell’AI: anche chi oggi non la usa si dichiara curioso e disposto ad imparare.

La vera differenza tra chi utilizza l’AI in modo strutturato e chi non lo fa non risiede quindi nell’atteggiamento mentale, ma nelle competenze operative, che la ricerca sintetizza in tre variabili chiave: alfabetizzazione AI-specifica, mediazione uomo–macchina e metacognizione aumentata.

L’alfabetizzazione AI, intesa come comprensione dei suoi principi di funzionamento, dei suoi limiti e dei suoi rischi, risulta la competenza più carente tra i non utilizzatori: il mancato utilizzo dell’AI appare dunque prevalentemente cognitivo, più che ideologico.

La mediazione uomo–macchina, indicativa della capacità di saper dirigere l’AI (attraverso il prompting), valutare criticamente gli output e decidere come e quando usarli per generare valore nel coaching, emerge invece come il fattore che in modo più netto caratterizza il profilo degli utilizzatori.

Infine la metacognizione aumentata, capacità del coach di osservare e governare cognitivamente l’impatto dell’AI su relazione, autonomia del cliente ed etica, presenta livelli intermedi. Più sviluppata dell’alfabetizzazione AI-specifica ma meno strutturata della mediazione uomo–macchina, si delinea come una competenza in fase di maturazione: presente come attenzione e sensibilità, ma non ancora consolidata come pratica professionale stabile.


L’AI come alleata, non come sostituta

Guardando al futuro, la visione è decisamente condivisa: tre coach su quattro immaginano l’AI come un’alleata complementare del lavoro umano, non come un sostituto. Solo una quota marginale ritiene che l’AI diventerà irrilevante, mentre resta molto bassa l’ipotesi di una sostituzione del coach umano.

Anche i bisogni espressi dalla comunità professionale sono chiari: formazione tecnica, linee guida etiche e casi d’uso concreti. In particolare, la richiesta di formazione abilitante all’uso dell’AI proviene soprattutto dai coach che la usano poco frequentemente, mentre per gli altri prevale l’esigenza di casi d’uso e best practice.

In conclusione, l’AI rappresenta un’opportunità concreta per il coaching solo nella misura in cui venga accompagnata da un investimento mirato nello sviluppo delle competenze che ne rendano l’utilizzo etico, consapevole e governabile.


5 febbraio 2026 Comitato Scientifico AI&Coaching – ICF Italia